Israele non sa cosa fare

Le pressioni internazionali su Israele vincolano Netanyahu in una morsa: l’anno 2024 dovrà implicare una modulazione strategica.

Annientare Hamas o negoziare con lui? Questo è il dilemma – decine di ostaggi israeliani si trovano imprigionati nella morsa terroristica dal 7 ottobre scorso e, in seguito all’interruzione della tregua umanitaria, Bibi ha rifiutato categoricamente la linea del dialogo promossa da Usa e Ue. Le operazioni militari dell’Idf sembrano intensificarsi giorno dopo giorno, efferatezza che allarma molte delle organizzazioni umanitarie attive sul territorio. Gli aiuti non arrivano, mentre i miliziani nemici estendono progressivamente il proprio range d’azione. La strategia applicata dai comandi militari israeliani si sta rivelando fallimentare. L’annientamento della popolazione non presuppone la vittoria dello stato ebraico: dall’inizio del conflitto sono morti migliaia di civili e qualche decina di terroristi.

Il dilemma di Bibi
Bibi e il suo dubbio amletico – foto: ansa – rationalinternational.net

L’esercito aggiorna periodicamente la comunità internazionale circa l’attuazione delle piani studiati dai vertici, facendo riferimento per lo più alla distruzione di tunnel, neutralizzazione di basi terroristiche operative, sequestro di armi da fuoco e proiettili ed infine l’uccisione/arresto di alcuni degli alti esponenti del partito estremista islamico. Tuttavia, analizzando i fatti, lo stesso Netanyahu ha ammesso che la sconfitta di Hamas non è certo accumunabile al contrasto di semplici oppositori politici. Parliamo di un’organizzazione che ha elaborato per anni una complessa rete largamente concentrata nel sottosuolo della Striscia. E in tutto questo, a Gaza, gli ostaggi israeliani rischiano di fare – erroneamente – la stessa fine dei palestinesi.

Dilemma di fine anno per Netanyahu

Netanyahu sta tirando troppo la corda. Il sostegno delle potenze occidentali, ed eccezione degli Stati Uniti, è venuto meno durante il Consiglio di Sicurezza dell’Onu. I leader hanno votato in favore dell’approvazione della risoluzione, un testo che non impone ad Israele il cessate il fuoco, ma che tuttavia espone – per la prima volta dall’inizio del conflitto – un principio di scissione delle nazioni da quanto si sta consumato in territorio palestinese. Inoltre, Joe Biden persevera nella convinzione di poter persuadere il leader israeliano in favore della pianificazione di operazioni militari più mirate. Un atteggiamento accogliente che non è detto appartenga al prossimo – presunto, laddove l’81enne dovese perdere le elezioni – Presidente. 

Soldati israeliani a Gaza
Il conflitto israelopalestinese prosegue – foto: ansa – rationalinternational.net

A quel punto, se gli Usa dovessero interrompere l’invio dei pacchetti di aiuti, ciò implicherebbe il conseguente isolamento internazionale dello Stato di Israele. Bibi dovrebbe così combattere da solo contro Hamas, ma anche contro i ribelli Houthi che dominano il Mar Rosso. E, chi lo sa, forse persino l’Iran ed Hezbollah potrebbero decidere di manifestare una collaborazione più reattiva in favore della causa palestinese. Netanyahu farebbe bene ad ascoltare il “caro amico” americano, prima che egli lo abbandoni come è accaduto al povero o ormai disilluso Volodymyr Zelensky. 

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