Carceri, SOS detenuti Rebibbia: “Senza medici perdiamo il diritto alle cure”

In una lettera aperta a camici bianchi e istituzioni, i reclusi del penitenziario romano lanciano l’allarme. La replica: non c’è sicurezza, il personale sanitario teme per la propria incolumità

 

Se la sanità pubblica è in affanno lungo tutta la penisola – fra tagli ai fondi, personale in fuga verso il privato e liste d’attesa interminabili – all’interno delle carceri lo è ancora di più. “Siamo cittadini che hanno sbagliato e che per questo stanno scontando la loro condanna in una casa di reclusione, ma non per questo abbiamo perso il diritto alla salute e alla dignità di persona”. I detenuti del carcere di Rebibbia lanciano un SOS e lo fanno attraverso Non tutti sanno, il notiziario realizzato all’interno della Casa di reclusione alla periferia est della Capitale.

In carcere ci si ammala tanto e curarsi è sempre più difficile, malgrado l’encomiabile impegno dei medici presenti negli istituti. Ma sono sempre meno“, spiega Roberto Monteforte, giornalista e coordinatore della redazione.

Il quadro che emerge dalla lettera aperta scritta dai “ristretti” del penitenziario romano è quello che, salve poche eccezioni, si ritrova da nord a sud in tutte le carceri italiane, affette da mali cronici, in testa il sovraffollamento delle celle: secondo l’ultimo rapporto di Antigone al 30 aprile 2023 i detenuti erano quasi 56.700, ovvero 9mila in più rispetto alla capienza effettiva.

“Sempre meno medici, perdiamo diritto alle cure”

“L’accorato appello” è indirizzato, tra gli altri, all’Ordine dei medici e ai sindacati dei medici, ma anche alle istituzioni, inclusi i ministri della Sanità e della Giustizia, Orazio Schillaci e Carlo Nordio, il garante dei detenuti e il presidente della Regione Lazio Francesco Rocca, che ha la competenza sulla sanità penitenziaria.

Per noi la sanità pubblica rappresenta l’unico strumento di tutela della nostra salute, del nostro diritto alla cura, della nostra dignità di cittadini e di persone, di futuro possibile. Vorremmo non fosse dimenticato”, si legge nella missiva.

E il motivo è semplice. “Capita che il medico di base o lo specialista che va in pensione non venga sostituito e che i bandi indetti dalle Asl vadano deserti, oppure che si debba aspettare molto tempo prima che arrivi la nuova nomina”. E quando il camice bianco arriva non è detto che resti a lungo. “C’è chi lascia per le responsabilità, i disagi, le difficoltà che considera eccessive a fronte degli scarsi riconoscimenti economici e di carriera”. Senza medici “il nostro diritto costituzionale alla “cura” resta vuoto”, scrivono.

Una popolazione carceraria sempre più malata

Dalla popolazione penitenziaria, sempre più numerosa, arriva una “pressante richiesta di cure” che resta perlopiù inascoltata. La conseguenza è che “in carcere ci si ammala”. Secondo un’indagine della Società italiana di medicina e sanità penitenziaria (SIMSPe), tra il 60% e l’80% dei detenuti è affetto da almeno una patologia. Tra le più frequenti, quelle infettive, seguite da disturbi psichiatrici e malattie osteoarticolari e cardiovascolari.

“Occorrerebbe allora una maggiore prevenzione laddove, purtroppo, le cure effettive arrivano – e non per responsabilità dei medici ma per come è organizzato il servizio sanitario nei luoghi di reclusione quando il quadro clinico si aggrava o addirittura è ormai compromesso”, si legge nell’appello.

L'ingresso del carcere di Rebibbia a Roma
L’ingresso del carcere di Rebibbia a Roma | Foto Alanews – rationalinternational.it

Le proposte per invertire la rotta

I detenuti formulano anche una serie di proposte per invertire la rotta, dai tirocini nelle carceri ai medici in pensione.Venite in carcere, curateci, fate in modo che i giovani medici vi affianchino a fare tirocinio”. E ancora: “Sia consentito al medico o specialista di prolungare la sua attività professionale nel carcere anche se in pensione e a chi opera nelle strutture pubbliche di poter dedicare del tempo ulteriore anche al servizio della popolazione reclusa”.

I tossicodipendenti e chi è affetto da malattie mentali invece non dovrebbe stare dentro una cella: servono “luoghi adeguati sul territorio per accogliere chi soffre di patologie psichiatriche o di dipendenza che non possono essere affrontate nei penitenziari”.

Suicidi in cella: 84 nel 2022, numero più alto dal 1990

La realtà drammatica dei suicidi e dei tentati suicidi, oltreché degli atti di autolesionismo, tra la comunità carceraria (incluso il personale della polizia penitenziaria) sono la prova di “quanto sia impellente” intervenire, dicono. Secondo Ristretti Orizzonti, nel 2022 sono state 84 le persone che si sono tolte la vita in un istituto di pena, il dato più alto dal 1990 e in crescita rispetto al 2021, quando erano stati 57. Nei primi dieci mesi del 2023 se ne contano già 56 persone detenute. Nelle carceri i suicidi sono circa 23 volte superiori rispetto a quelli commessi in libertà, ricorda Antigone.

I medici: “Nelle carceri problema di sicurezza”

Non si è fatta attendere la replica dei medici: “Il grido di allarme sulla carenza di assistenza sanitaria in carcere dei detenuti di Rebibbia (ma che vale anche per gli altri istituti di pena) non può restare inascoltato. Attiveremo le istituzioni per quanto possiamo fare noi. E siamo disponibili a sollecitare un tavolo, a trovare soluzioni e per tutto quello che può servire a migliorare il livello di assistenza nelle carceri“, dice Filippo Anelli, presidente della Federazione nazionale degli ordini dei medici (Fnomceo), che fa sapere di avere già sollecitato il governatore del Lazio.

Anelli ammette le difficoltà di portare i camici bianchi nei penitenziari. E spiega che i medici temono per la propria incolumità. “Non ci vogliono andare perché bisognerebbe aumentare gli standard di sicurezza all’interno, per consentire ai colleghi di svolgere la loro attività in maniera regolare. Ci giungono segnalazioni di aggressioni nei confronti dei medici. È un ambiente in cui sicuramente oggi la carenza del personale di polizia penitenziaria rappresenta un vulnus per arrivare a una maggiore assistenza ai detenuti perché i medici, se non si sentono sicuri, non ci vanno”.

Garante detenuti: “Pochi agenti, visite dimezzate”

La scarsità di risorse finanziarie e di professionalità sanitarie sta facendo fuggire medici e infermieri dalle carceri, i posti in cui sono ricoverati gli ultimi degli ultimi con storie di salute spesso gravi, se non gravissime”, conferma il garante dei detenuti del Lazio Stefano Anastasìa.

Le Asl stanno facendo il possibile con le risorse a disposizione, ma senza disponibilità di personale, neanche a essere assunto, non si può andar lontano”. Il ministero della Giustizia, sottolinea Anastasìa, deve garantire la presenza degli agenti di polizia penitenziaria, altrimenti “la diagnostica e le visite esterne continueranno a saltare nella misura del 30-50%, con gravi danni per la salute dei detenuti e per l’efficienza delle strutture sanitarie che ne sono impegnate inutilmente”.

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